La musica popolare

"Lu dubbott", la zampogna, lu urrà urrà, il tamburello

Ascoltare "lu dubbott" (organetto), la zampogna, lu urrà urrà, il tamburello e lasciarsi coinvolgere dal contagioso "saltarello" (ballo della tradizione contadina) è un atto dovuto per chiunque venga a conoscere l'Abruzzo. Rappresenta la tradizionale musica del “dopo lavoro” in ambito contadino e pastorale, legata a momenti di pausa lavorativa durante le fasi di raccolta del grano, spannocchiatura, trebbiatura e vendemmia. È prevalentemente una danza di coppia vivace, ritmata e molto divertente, caratterizzata da piccoli saltelli a tempo di musica. Un gioco di sguardi, un inno al corteggiamento.


Emozionarsi con la leggenda del Gigante che dorme

E della Bella addormentata


Maja, la maggiore e la più bella delle Plejadi, per la sua bellezza fu amata da Zeus e dall'unione con il re degli Dei nacque il meraviglioso titano Ermes. Maja abitava nella lontana Frigia, in compagnia di suo figlio, il quale era talmente grande da non essere più chiamato col suo nome ma semplicemente il ‘Gigante’. Un giorno, durante una battaglia, il Gigante fu ferito mortalmente.
La madre chiese aiuto ad un oracolo, che le disse: “Su una montagna altissima, di là dal mare, ai piedi di un Grande Sasso, cresce un’erba miracolosa in grado di guarire tuo figlio”. Maja radunò le sue cose, le caricò su una nave insieme al figlio morente e partì alla ricerca della grande montagna e dell’erba miracolosa. Navigarono per giorni e giorni fino a quando, finalmente, approdarono nel porto di una città chiamata Orton (l'odierna Ortona). La montagna però era ancora lontana e, dopo aver chiesto indicazione agli abitanti, Maja si rimise in viaggio trasportando il corpo del Gigante.
Dopo giorni di duro cammino arrivarono sulla magica montagna, ma quando l’erba era ormai probabilmente vicina ad esser colta, il Gigante, stremato dalla fatica, morì. Distrutta dal dolore, Maja vegliò a lungo il corpo senza vita di Ermes. Poi, con immensa fatica, lo portò fin sulla cima del Grande Sasso e lì lo adagiò, in modo che fosse il più possibile vicino al cielo. Da allora, in onore di Ermes, il Grande Sasso fu chiamato ‘il Gigante’. Dopo il distacco dal figlio, presa dalla disperazione, Maja vagò per giorni e giorni tra i monti innevati, senza una meta. Una sera, mentre infuriava la bufera, trovò rifugio in una piccola grotta.
La commozione di Maja fu grande quando, la mattina seguente, uscendo dalla grotta, vide sulla sommità dell'alto monte posto a settentrione, il Grande Sasso, il gigantesco corpo dell'adorato Ermes: ammantato fino alle spalle da una spessa coltre bianca, sembrava solo addormentato, mentre il suo viso si stagliava con nitidezza nell'azzurro del cielo. Maja non lasciò più quella grotta che la faceva sentire tanto vicina al figlio e spesso, di notte, si alzava per cercare di scorgere il viso dell'amato 'Gigante' risplendere al chiarore della luna. Da allora visse in compagnia delle bestie feroci, aiutata e sfamata dai pastori del luogo, impietositi dalla sua triste storia. Proprio loro, alla sua morte, la seppellirono sulla montagna ove era vissuta e che, in suo onore, fu chiamata ‘Majella’ cioè ‘madre’, come ancor oggi viene chiamata dagli abruzzesi.

La Transumanza

E la scoperta dei "tratturi"


«Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare:scendono all'Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti.» (Gabriele D'Annunzio, I Pastori).
Si chiama il “Tratturo Magno”, il più grande tratturo per la transumanza delle greggi, lungo 244 km che fino a cinquanta anni fa collegava l’Appennino alle Puglie. I pastori transumanti percorrevano queste antiche vie a piedi, in fila, uno dietro l’altro e ognuno col suo gregge, e la sera si stendevano sui prati tutti insieme, esposti al freddo e alla fatica, mangiavano pan cotto e ricotta con tanto vino che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. Il cibo scarseggiava e si mangiava carne solo quando qualche pecora moriva per cause accidentali o azzannata dai lupi. Durante la notte mentre riposavano, erano soggetti a continui pericoli come furti di bestiame, assalti di lupi e morsi di serpenti e proprio per questo si narra che i pastori quando riposavano “dormivano con un occhio solo”, appunto per vigilare il bestiame. La vita del pastore non era facile, caratterizzata da privazioni e stenti. Quando in estate seguiva le greggi, era costretto a ripararsi per la notte in delle grotte che erano adibite anche a ricovero animale. Oppure quando non vi erano ripari naturali, costruiva rifugi in terra o in pietra o anche capanne a “tholos”, costruzioni dalla copertura a cupola a base circolare o quadrata.
Nel silenzio delle lunghe ore passate a fare la guardia al gregge, il pastore impiegava il tempo intagliando legno o scrivendo i propri pensieri incidendoli sulle rocce che incontrava lungo i tratturi. Soprattutto sulla Majella troviamo incisioni un po’ ovunque, in zone circoscritte, diventate oggi dei veri e propri santuari che testimoniano la vita pastorale dei transumanti.

Il gioiello d'eccellenza: la Presentosa

Il capolavoro dell'arte orafa abruzzese


Nel 1894 D'Annunzio descrive la ‘presentosa’ ne Il trionfo della morte facendo conoscere questo monile di squisita fattura fuori dai confini della regione.
Di origini quasi certamente settecentesche, compare per la prima volta tra i beni di una sposa all’inizio dell’Ottocento e si diffonde poi in tutta la regione ,dove si consolida la tradizione di accompagnare i momenti più importanti con il dono della ‘presentosa’.
Il modello di base è un ciondolo in filigrana d’oro o d’argento, con triangoli disposti in tondo con la punta verso l’esterno a disegnare una stella; al centro del cerchio che viene a formarsi c’è un simbolo che cambia e dà il significato al monile. Il cuore è il simbolo fondamentale con molte varianti.
Due cuori legati da un nastro è la promessa d’amore e si regala alla fidanzata. La lavorazione della ‘presentosa’ cambia a seconda delle zone e dello stile dell’orafo che l’ha realizza con la filigrana arricchita con riccioli, spirali e a volte pietre incastonate, ma il motivo della stella e il simbolo centrale rimangono sempre.
Oggi le maggiori botteghe di maestri orafi le troviamo a Sulmona, Pescocostanzo, Scanno e Guardiagrele dove vengono realizzate ‘presentose’ molto belle e raffinate.
Una tradizione che si è mantenuta inalterata e dona ancora oggi gioielli di mirabile fattura, tanto da essere vanto della regione. Non a caso in occasione del G8 del 2009, ogni first lady ha ricevuto in dono la ‘presentosa’ come simbolo dell’Abruzzo.